di Enzo Amato
Non è ancora tramontato il sole e Francesco Araja è già pronto a partire. Sistema nella carrozza, noleggiata a caro prezzo, guidata da due cocchieri e trainata da due cavalli, i suoi pochi bagagli, carta di musica, inchiostro e pennini tra cui bellissimi pennini a cinque punte che assomigliano ad una piccola mano, servono a tracciare il pentagramma. Al suo seguito, anche un importante violino di Alessandro Gagliano, liutaio napoletano allievo di Nicola Amati e di Antonio Stradivari.
L’abbraccio al padre e suo primo maestro Angelo e alla madre Anna e via, alla volta di San Pietroburgo, alla corte dell’Imperatrice Anna Ivanovna Romanova figlia di Ivan V di Russia e nipote Pietro il Grande a cui succede.
Napoli San Pietroburgo, 2300 miglia italiani, circa 3200 chilometri.
Le strade a quei tempi sono mal lastricate e incontrare un ponte è sempre un rischio, sono insicuri e cadenti, quando ci sono altrimenti, molte volte si è costretti ad attraversare i fiumi caricando carrozza e cavalli su una zattera costruita magari dai contadini locali.
Nel Settecento viaggiare, comporta il dover sopportare vere torture fisiche.
Nei mesi freddi, la neve blocca i viaggiatori anche per settimane intere.
Le zanzare: d’estate il fastidio è incredibile e bisogna chiudere totalmente i finestrini della carrozza.
Il caldo: insopportabile.
Dopo duecento chilometri, è d’obbligo cambiare i cavalli e lo si fa nelle stazioni di posta dove si passa anche la notte.
Fare brutti incontri può diventare un grande rischio, ma i cocchieri sono due uomini ben piantati.
La carrozza parte dalla torretta, luogo residenziale situato subito dopo la bella spiaggia di Margellìna, attraversa velocemente il lungomare mentre i primi pescatori attraccano le barche sul molo pieno di imbarcazioni da diporto dei signori ed è già animato dal popolo e dai servitori in attesa del pesce fresco del Golfo.
Il Vesuvio fumante incornicia la città timidamente illuminata dal sole che comincia a spuntare, mostrando Napoli in tutta la sua bellezza nella visione di Castel nuovo.
Gli splendidi palazzi che costeggiano il mare, proteggono i viaggiatori come in un abbraccio. Francesco Araja guarda con nostalgia Palazzo Reale con i suoi giardini che solo cento anni dopo vedranno due “cavalli russi”[1] troneggiare al loro ingresso e il Maschio Angioino in tutta la sua imponenza.
La carrozza è già a Poggio reale e si avvia verso l’antica strada romana Appia nel pomeriggio ha già attraversato Terra di lavoro e Formia, Gaeta, Sperlonga, Terracina per seguire il tracciato collinare che si snoda nelle poste di Sermoneta.
Dopo Cisterna, si prosegue verso Roma e poi verso Firenze continuando per le strade di posta attraversando le Alpi fino a Pietroburgo.
Le Alpi sono sicuramente il tratto più faticoso in quanto i passeggeri devono spesso scendere per consentire ai cavalli di riposarsi e ad ogni ripida salita, spingere la carrozza, ma appena valicate, i paesaggi cambiano e si susseguono continuamente soprattutto cominciando a percorrere la Russia.
Sono trascorsi più di cinque mesi, una fermata d’obbligo a Mosca, città misteriosa con il suo fascino senza tempo e poi su a Pietroburgo.
Ancora qualche giorno e grazie ad un napoletano, inizia la Storia della Grande Musica Russa. È l’anno 1735.
Ebbene è incredibile da credere ma la prima opera musicale in lingua Russa la scrive un napoletano: Francesco Araja che nasce nel Golfo di Parthenope il 25 giugno del 1709. Anche lui come un famoso “genio” teutonico, è un “bambino meraviglia”, infatti, a soli quattordici anni, è già Maestro di Cappella nella Chiesa di Santa Maria la Nova a Napoli. Studia con il padre Angelo e lo zio Pietro Aniello ma il contributo alla sua formazione musicale è anche opera di Leonardo Vinci e Leonardo Leo.
Francesco Araja trascorre venticinque anni presso la Corte Imperiale Russa, e ottiene il prestigioso incarico di maestro della Cappella della Corte Imperiale, il compenso è di duemilacinquecento rubli d’argento più altri cinquecento per il viaggio, usufruisce di alloggio gratuito oltre a doni e gratificazioni speciali che ottiene per la sua alta maestria. La direzione di Francesco Araja è eccellente e cura le rappresentazioni di Opere, Cantate e Feste Teatrali con meticolosa attenzione tanto da influenzare ed educare il gusto dei russi.
Ed è con questa carica che nel 1736 compone La forza dell’amore e dell’odio, messa in scena come Сила Любви и ненавис и (Sila lyubvi i nenavisti), la prima Opera italiana rappresentata in Russia, addirittura con la traduzione del libretto in Russo.
Successivamente alla morte di Anna Ivanovna Romanova, Francesco Araja parte per l’Italia ma nel 1742 la nuova Imperatrice Elisabetta di Russia, Elizaveta Petrovna, pretende che rientri subito a corte.
Nei vent’anni del governo di Elisabetta, Francesco Araja scrive quasi un’Opera all’anno e nel 1744 per la Celebrazione della pace con la Svezia rappresenta Bellerofonte.
Nel Carnevale del 1755 su consiglio dell’Imperatrice, scrive Цефали Прокрис (Cefalo e Procri), la prima opera in lingua russa su libretto del poeta Aleksandr Sumarokov che messa in scena da cantanti russi, ottiene tal successo che dopo la rappresentazione, Elisabetta di Russia gli dona una pelliccia di zibellino del valore di cinquecento rubli e lo nomina suo Consigliere.
Cefalo e Procri diviene capostipite di una tradizione operistica conosciuta come “oratoriale”, tanto che anche gli storici russi, ritengono che questa prassi abbia influenzato le opere di quella che sarà la Scuola Musicale Russa da Žizn’za carja (Una vita per lo zar) di Michail Glinka a Pskovitjanka (La fanciulla di Pskov) di Rimskij-Korsakov.
Il coro utilizzato da Francesco Araja nelle sue opere russe, è generalmente quello usato nella musica sacra eseguita a corte quindi, molto numeroso.
Il 14 giugno del 2001 per la direzione di Gianandrea Noseda grazie al teatro Mariinskij è stata eseguita, dai solisti e dal coro del più importante teatro pietroburghese in prima esecuzione contemporanea, l’Opera di Francesco Araja Cefalo e Procri.
Attualmente l’Opera non è ancora stata incisa e quindi non è presente sul mercato discografico.
Per le nozze del Principe Imperiale Pietro Federowic, Francesco Araja scrive la sua ultima opera composta in Russia e nel 1759 torna a Napoli con tutte le grandi ricchezze accumulate, ma non riesce a rimanere nella Capitale del Regno delle due Sicilie per la causa riportata in uno scritto tratto dal libricino Musicisti Napoletani in Russia nel 700 stampato nel 1923, autore: Ulisse Prota Giurleo.
Lo scritto, è una lettera datata 28 febbraio 1761 di Bernardo Buono Consigliere della Giunta dei Regi Teatri indirizzata al Marchese Bernardo Tanucci:
“Domenico Araja, napolitano, partì da Napoli giovanotto, facendo il Maestro di Cappella. Girata l’Italia, si portò in Moscovia, ove ebbe la sorte servir venti anni quella Imperatrice, da cui li è stata dalla licenza di venir a veder la sua casa. Con grossa pensione e coll’onorario del titolo di Suo Consigliere. Questi, dovendo andare in Roma, ne richiese il passaporto, e come che è mio conoscente e l’ho pregato di farmi nota dei migliori Cantanti e Maestri di Cappella che troverà nella Lombardia, ove deve anche portarsi, con la spiega della abilità di ciascuno, così è venuto da me, per vedere se può avere il passaporto, non sapendo la causa per cui li possa esser da S. E. negato, sicché vi rimando il memoriale, e vi prego di farcelo ottenere, tanto più che è paesano ed onorato a segno tale che ha ottenuto un titolo molto onorevole. Esso spera di aver la licenza di restarsene in Italia, in tal caso potessimo sentire una musica italomoscovita”.
Bernardo Tanucci non concede il Passaporto a Francesco Araja che è costretto a ritornare a Pietroburgo nel 1762 ma dopo aver vissuto il macabro piano della moglie di Pietro III ordito da quella che diventerà grazie proprio a questo omicidio Caterina II la Grande, il musicista napoletano si precipita di nuovo a Napoli dove muore nel 1770.
Sconosciute le ragioni per cui Bernardo Tanucci non concede il Passaporto a Francesco Araja questo diniego, non si fonda però su un astio verso quel Paese in quanto ci risulta che i rapporti tra il Regno di Napoli e l’Impero Russo erano ottimi, basti pensare alla mediazione napoletana nelle trattative di pace fra Russia e Turchia nel 1790-91 che si rileva in alcune lettere che si scambiavano Caterina II e Maria Carolina d’Austria.
Durante i venticinque anni di permanenza in Russia Francesco Araja scrive numerose opere che vengono rappresentate a San Pietroburgo, Mosca e Oranienbaum molte tradotte in russo.
In Italia le circa venti opere scritte da Francesco Araja vengono rappresentate all’epoca nei seguenti teatri: Teatro dei Fiorentini di Napoli, Teatro della villa medicea di Pratolino, Teatro Dame di Roma, Teatro Ducale di Milano, Teatro Sant'Angelo di Venezia.
Di Francesco Araja si conoscono inoltre diverse cantate e oratori oltre a musica strumentale di cui numerosi capricci per cembalo e alcune Sinfonie conservate presso la Biblioteca dell’Università di Lund in Svezia.
Documentata in Russia a Pietroburgo è l’attività anche di altri musicisti Italiani da Locatelli a Manfredini e Sarti ma la mitica esperienza di Francesco Araja, favorirà in questa terra all’epoca di Caterina II - definita da Voltaire la Semiramide del Nord - la presenza Napoletana grazie alla portata storica della sua Scuola Musicale con Tommaso Traetta, Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa.
Protagonista
quindi del successo dei nostri musicisti in Russia è sicuramente Caterina II
Alekseevna di Russia. Caterina II, viene ricordata come Caterina "la
Grande", nasce il 21 aprile (2 maggio)[2] del
1729 a Stettino ed è Imperatrice di Russia dal 1762 fino alla morte. Colta e
intelligente, potrebbe definirsi una sovrana illuminata in quanto la sua
cultura, si forma sulle opere degli enciclopedisti francesi. Volendola
ricordare solo per il suo amore verso la Russia che la spinge a rendere
Pietroburgo a diventare in pochi decenni una tra le maggiori capitali europee,
e per aver sviluppato i propri
interessi e le proprie aspirazioni con un intenso lavoro intellettuale,
Caterina è una donna colta, amante dell’arte e della bellezza in campo
letterario, scrive alla maniera degli illuministi, avendo conoscenza in più
ambiti artistici. Ha letto e studiato Voltaire, Diderot e D'Alembert con i
quali intrattiene scambi epistolari. Si conservano suoi autografi: articoli,
schizzi di satira opere drammatiche, racconti
morali, drammi storici, cronache, ricerche storiche, saggi filologici, trattati
polemici e di memorie. Autrice di commedie rivolte spesso alla didattica
tra le quali si ricordano "L'ingannato" e "Lo stregone
siberiano". Caterina II Alekseevna di Russia, muore a Puskin, il 6
novembre (17 novembre) del 1796 all'età di 67 anni. In ordine di comparsa, dopo
Francesco Araja si affaccia sulla scena pietroburghese
Tommaso Traetta nato a Bitonto il 30 Marzo del 1727 e morto a Venezia il 6 Aprile del 1779. Si trasferisce a Napoli all’età di undici anni per studiare al Conservatorio di Santa Maria di Loreto. Tra i suoi maestri, Nicolò Porpora e Francesco Durante. Il suo esordio come operista è del 1751, a soli ventiquattro anni e avviene nel “Massimo” napoletano con il dramma Farnace su libretto di Antonio Maria Luchini. A questa seguiranno circa 50 opere rappresentate nei maggiori teatri di Napoli, Roma, Venezia, Milano, Reggio Emilia, Bologna, Padova, Mantova, Verona, Parma, Torino, Vienna, Mannheim, Monaco, Londra, Pietroburgo.
Purtroppo la permanenza di Tommaso Traetta a Pietroburgo non è documentata, poche sono le tracce degli anni trascorsi dal musicista partenopeo in terra russa e poca la musica rinvenuta, sappiamo che viene invitato da Caterina II nel 1768 e che nel 1772 compone l’Antigona oltre a proporre altre opere composte in precedenza lascerà la Russia nel 1775. Anche in questo caso è necessaria una ricerca approfondita sul luogo per ritrovare la memoria
Succede a Tommaso Traetta Giovanni Paisiello che nasce a Taranto il 9 maggio del 1740 e muore il 5 giugno del 1816 nella sua casa napoletana in Via Concezione a Montecalvario 48.
Napoli, la città dove vive e opera per la maggior parte della sua vita, e che lascia solo due volte: la prima per prestare servizio a San Pietroburgo dal 1775 al 1784, convocato da Caterina II Regina di tutte le Russie, e la seconda per recarsi a Parigi, dal 1802 al 1804, su esplicita richiesta di Napoleone Bonaparte, che lo invita tra l’altro a scrivere la Messa per la sua incoronazione a Imperatore.
A quattordici anni, l’8 giugno del 1754, viene ammesso al Conservatorio di Sant’Onofrio a Napoli, dove studia con Francesco Durante. Terminati gli studi, il 5 luglio del 1763, dopo aver scritto alcuni intermezzi per il Conservatorio di Sant’Onofrio, debutta a Bologna dove a soli ventiquattro anni rappresenta il dramma giocoso, su libretto di Antonio Palomba, Il Ciarlone, al Teatro Marsigli-Rossi. Da quel momento la sua produzione teatrale si arricchisce di circa 100 opere, che vengono rappresentate nei maggiori teatri europei tra cui Pietroburgo dove compone nel 1782 il suo famoso Barbiere di Siviglia, sicuramente tra le opere più popolari del Settecento. Tra le numerosissime rappresentazioni in tutti i maggiori teatri dell’epoca si ricorda una rappresentazione del Barbiere di Siviglia addirittura nel 1801 a Città del Messico. Dobbiamo dire che già prima dell’arrivo a Pietroburgo di Giovanni Paisiello che avviene nel 1776, molte sue opere erano già state rappresentate sia in questa Città che a Mosca. Giovanni Paisiello durante la sua permanenza in Russia scrive inoltre: Il matrimonio inaspettato nel 1779; La finta amante nel 1780 anno in cui rappresenta con la partecipazione di cantanti russi un intermezzo buffo intitolato Smešnoj poedinok, versione russa de Il duello comico composto a Napoli nel 1774; La serva padrona nel 1781; La passione di Nostro Signore Gesù Cristo su testo di Metastasio, che verrà eseguita nel marzo del 1783 nella chiesa cattolica di Santa Caterina durante la Settimana Santa. Verso la fine del secondo contratto con la Russia, Giovanni Paisiello il 4 luglio del 1783, scrive una risposta a Sua Eccellenza il signor don Ferdinando Galiani, consigliere del Commercio in Napoli che gli chiede di ritornare nel Regno:
Chi è quello, caro Signor Consigliere che voglia lasciare il certo per l’incerto’ La ragione per cui desidero di aver l’onore d’essere al servizio del mio padrone e Re altra non è che ritirandomi alla mia patria, possa avere un servizio onorevole al mio carattere, dopo quello che ho l’onore di esercitare presso di S.M. l’imperatrice di tutte le Russie. Quando questo non potrà succedere, non penserò mai di lasciare una simil Corte, della quale sarei l’uomo più ingrato se me ne lamentassi… Se potrà succedere, o no, per me sono indifferentissimo; è certo che la patria tira, e specialmente per vedere e godere i suoi protettori e amici.
Da questa lettera possiamo dedurre di come erano trattati i nostri musicisti in Russia e che neanche la nostalgia alla bellezza del sole di Napoli resistevano al fascino del benessere che si viveva in quella Corte.
Ferdinando IV era molto attento alla produzione delle Opere dei musicisti che autorizzava a lavorare presso le Corti di altri paesi tanto da sancire per legge che una copia del lavoro doveva essere depositata presso le Regie Biblioteche questo, ha consentito in tempi moderni, di poter verificare i lavori dei nostri compositori. Nel caso di Giovanni Paisiello, re Ferdinando dispone che le opere composte in Russia devono essere consegnate all’Arcivescovo di Taranto. Ovviamente Giovanni Paisiello si guarda bene di spedire la partitura de Lo sposo burlato avendola “riciclata” in quanto Opera scritta a Napoli, avendo contravvenuto da quanto stabilito con Re Ferdinando. In caso contrario, avrebbe inficiato la possibilità di entrare a Corte come Maestro di Cappella cosa che invece avviene.
La partitura russa de Lo sposo burlato, rimane un’unica copia attualmente custodita un archivio di Pietroburgo.
Dopo Giovanni Paisiello, è la volta di Domenico Cimarosa.
Caterina La Grande, grazie alla fama e alla popolarità riscontrata dopo la rappresentazione dell’opera Giannina e Bernardone, invita in Russia il musicista Aversano. Il 3 dicembre del 1787 dopo un viaggio iniziato nel mese di luglio, Domenico Cimarosa, la moglie Gaetana Pallante e la figlia giungono a Pietroburgo. Calorosa l’accoglienza dell’Imperatrice soprattutto dopo averlo ascoltato cantare e suonare al clavicembalo.
L'incarico assegnato: Maestro di Cappella e insegnante di musica dei due nobili nipoti. Purtroppo ancora scarne le notizie circa i cinque anni di permanenza della famiglia Cimarosa a Pietroburgo in quanto non sono stati ancora rinvenuti documenti che ne testimoniano le attività nella capitale dell’Impero.
Siamo a conoscenza però che dopo soli dieci giorni a Pietroburgo, Domenico Cimarosa, compone uno splendida Messa da Requiem, che viene eseguita per i funerali della Duchessa di Serra Capriola moglie dell’Ambasciatore del Regno di Napoli Nicola Maresca e grazie al certificato di battesimo, della nascita del figlio Paolo in questa Città il 26 marzo del 1788.
Dal 1788 numerose sono le opere che vengono rappresentate presso il teatro dell’Ermitage: La vergine del Sole, La felicità inaspettata, L’Atene edificata, Le due fidanzate e i due baroni, Cleopatra, oltre ad Opere già composte in precedenza.
Nel 1790 scrive Il Coro dei Guerrieri e nel 1791 la cantata La Serenata non preveduta dedicata al Principe Gregorij Aleksandrovic Potemkin, amico e forse ex marito di Caterina II.
Ed è proprio nel 1791 che Domenico Cimarosa decide di lasciare la Corte di Caterina II portando con sé oltre che i lauti guadagni del suo lavoro, un prezioso dono dell’Imperatrice: un Fortepiano che oggi è custodito presso il Conservatorio di Musica San Pietro a Maiella di Napoli.
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Dopo la
permanenza in Russia, il nome di Domenico Cimarosa è conosciuto e celebrato
ovunque.
Poche sono le opere pubblicate di quelle che sicuramente Cimarosa ha scritto in Russia e anche qualche musicologo del passato, ritiene che la sua produzione in questo Paese sia molto consistente.
Dopo Domenico Cimarosa è la volta di un altro gigante della Scuola Musicale Napoletana dimenticato: Gaetano Andreozzi che nasce ad Aversa il 22 maggio del 1755 e muore a Parigi, il 21 dicembre del 1826. È condiscepolo di Domenico Cimarosa e
Nicola Zingarelli presso il Conservatorio di Santa Maria di Loreto dove viene ammesso nel 1763. Tra i suoi Maestri, oltre a Fedele Fenaroli e a Pietrantonio Gallo, sicuramente lo zio Niccolò Jommelli. Ha scritto circa 43 opere, musica sacra e musica strumentale, di cui vanno ricordati alcuni quartetti per archi conservati nella Collezione di Don Algarotti Udine Nicolas a Zagrebin in Croazia e dei quintetti con archi flauto o oboe conservati presso la Biblioteca Casanatense di Roma. Rileviamo la presenza di alcune rappresentazioni di sue opere nelle cronache dell’epoca: nella Gazzetta Toscana del 4 agosto del 1792 troviamo Gaetano Andreozzi comporre per il teatro degli Intrepidi a Firenze una Cantata pastorale “del tutto nuova con cori e balli” dal titolo “Gli Amanti in
Tempe”. Ancora la Gazzetta Toscana del 1783 parla in maniera entusiastica della Bajazete eseguita al Teatro della Pergola in Termini e la Gazzetta Universale del 6
gennaio del 1787 descrive il successo ottenuto da Gaetano Andreozzi per la prima rappresentazione della sua opera “la Virginia” rappresentata a Genova il 30 dicembre dello stesso anno. Per San Pietroburgo scrive due Opere la Didone abbandonata (opera seria, libretto di Pietro Metastasio, 1784, e Giasone e Medea (opera seria, 1785. Al Conservatorio di San Pietro a Majella di Napoli è conservato un ritratto di Gaetano Andreozzi, opera del pittore calabrese Gregorio de Maria. Di Gaetano Andreozzi, Giovanni Paisiello, sempre critico nei confronti dei musicisti della sua epoca, ha una considerazione straordinaria.
Dei musicisti di scuola napoletana che hanno svolto attività in Russia, Vanno inoltre ricordati:
Ignazio Fiorillo - nato a Napoli l’11 maggio del 1715 allievo di Leonardo Leo probabilmente presso il Conservatorio della Pietà dei Turchini e di Francesco Durante presso il Conservatorio di Santa Maria di Loreto, nipote del Madrigalista Carlo Fiorillo. Autore prolifico esordisce a soli vent’anni nella città di Pietroburgo riscuotendo un grande successo che lo lancia operista nelle più importanti capitali d’Europa.
I napoletani Gennaro Astarita e Antonio Sapienza che scrivono su testi slavoecclesiastici numerose composizioni a cappella per le chiese Russo- ortodosse, dove l’uso degli strumenti non è consentito.
Vito Giuseppe Millico detto anche il Moscovita per la sua fortunata attività in questo Paese svolta presso il Teatro d’Opera italiano a San Pietroburgo, nasce a Terlizzi in provincia di Bari il 19 gennaio 1737 e muore a Napoli il 2 ottobre del 1802.
Poco si sa della sua formazione che sicuramente avviene a Napoli dove è attivo tra il 1780 e il 1797. Come cantante - lo si considera tra i maggiori castrati della seconda metà del Settecento collaborando anche con Gluck - ma ha svolto anche attività di compositore.
Tale è l’immaginazione che può suscitare la voce di un castrato che il compositore russo Igor Stravinskij, in un colloquio con Papa Paolo VI che gli chiede cosa la Chiesa può fare a favore della musica, risponde: “Santità, restituisca alla musica i castrati”.
L’attività canora di Vito Giuseppe Millico in Russia è riscontrata dal 1758 al 1765 quando a dirigere l’Opera italiana vi è Francesco Araja.
Vito Giuseppe Millico lo si ricorda anche per le sue opere teatrali tra cui Angelica e Medoro scritta in collaborazione con Domenico Cimarosa e anche per una copiosa produzione di musica vocale sacra e profana e musiche strumentali tra cui Sinfonie e due sonatine per arpa. La Biondina una barcarola in Sol maggiore per voce e chitarra è conservata presso la Biblioteca del Conservatorio di Musica di Ginevra.
Attraverso l’analisi di questo fenomeno, viene alla luce che la presenza qualificata della Scuola Musicale Napoletana abbia avviato un processo di diffusione della musica colta che grazie all’incontro con la grande tradizione della musica popolare Russa e l’arcaico Canto Ortodosso, ha generato un processo creativo che viene colto nella prima metà dell’ottocento da Michail Glinka per consolidarsi nella seconda metà dell’ottocento nella Scuola Musicale Nazionale Russa fondata dal del “gruppo dei Cinque”: Milij Balakirev, Cezar' Kjui, Modest Musorgskij, Nikolaj Rimskij-Korsakov, Aleksandr Borodin.
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Da qui a poco un
altro grande napoletano si affaccerà sulla scena Russa. L’Architetto Carlo Rossi -nato a Napoli nel 1775 figlio di
una importante Ballerina Russa e di un padre probabilmente di Sessa Aurunca
- trasforma l’assetto di Pietroburgo
costruendo complessi architettonici ancora oggi insuperati: Palazzo Michajlovskij ora sede del Museo
Russo; piazza del Palazzo d'inverno, con la curva facciata dell'edificio dello
Stato maggiore aperta da un imponente arco trionfale; il Teatro
Aleksandrinskij; i Palazzi del Senato e del Sinodo, collegati da un grandioso
arco di trionfo. Carlo Domenico Rossi russificato in Karl Ivanovi Rossi, muore
a San Pietroburgo nel 1849.
La sua tomba si trova nel Cimitero Tichvin del Monastero di Aleksandr Nevskij di San Pietroburgo. Il contributo della grande civiltà napoletana alla Russia non è quindi di poco conto se si considera che proprio in quegli anni in circa un secolo il Paese degli Zar fa passi da gigante assimilando in pieno il moderno pensiero occidentale che affonda le sue radici nella Magna Grecia.
Il recupero della grande Scuola Musicale Napoletana deve sicuramente fare i conti con l’aspetto ancora poco conosciuto della produzione musicale napoletana a Pietroburgo e in Russia.
Poche sono le Opere napoletane scritte in Russia eseguite ai giorni nostri e quando la musica non si esegue purtroppo non esiste.
Iniziative di privati e talvolta del Teatro Mariinskij e del Teatro dell’Ermitage, hanno fatto riemergere alcuni lavori di Giovanni Paisiello, Domenico Cimarosa e Francesco Araja.
La scarsa conoscenza dell’apporto napoletano dato alla Russia nel Settecento, è dovuta in prevalenza in passato alla diversa organizzazione del tempo, dalla chiusura avvenuta dopo la Rivoluzione ed anche dalla difficoltà che ancora oggi nell’era della comunicazione si incontra con la lingua russa. Nostra ambizione è quella di far parlare di nuovo di Napoli nel Mondo a cominciare dalla Russia, attraverso il recupero sistematico della nostra tradizione musicale e culturale.
[1] Le statue, realizzate da Petr Klodt, chiamati “Cavalli di Bronzo” posti all’ingresso del cancello di Palazzo Reale di fronte al Maschio Angioino, furono il dono dello zar Nicola II a Ferdinando II di Borbone, dopo un lungo soggiorno dell’imperatore di Russia e della sua consorte nel Regno delle Due Sicilie. Due cavalli pressoché identici dominano il fiume Neva, dall’alto del ponte Aneckov a San Pietroburgo.
[2] La differenza di 11 giorni che compare è dovuta al fatto che Il calendario gregoriano guadagna un giorno rispetto a quello giuliano ogni volta che "salta" l'anno bisestile quindi la differenza nel 1700 è di 11 giorni.
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