La verità di ogni individuo, che giunga prima o poi a riflettere sul percorso della propria esistenza, non risiede solo nel suo pensiero, spirito, parole, ma si realizza prevalentemente nelle forme concrete del produrre, nel lavorare, nell’organizzare il tutto in un ordine razionale.
Produrre non è mai un fatto prevalentemente tecnico, è sempre un atto culturale, che esprime in maniera visibile una concezione del mondo del tempo e dell’uomo.
Il Regno delle Due Sicilie con la sua Capitale Napoli, nei secoli XVIII e XIX, fu lungamente descritta sia come città improduttiva sia come capitale splendida ma economicamente inerte. A un’analisi attenta e non prevenuta si presenta quale laboratorio storico di una modernità alternativa, nella quale l’industria non si separò mai del tutto dall’ethos civile, né il lavoro fu ridotto a pura variabile meccanica.
Tutto ciò non può essere compreso se non alla luce della profonda svolta politica che si determinò nel 1734, anno in cui Carlo di Borbne, figlio di Filippo V di Spagna, conquistò il Regno ponendo fine alle politiche vicereali: asburgiche che, unitamente alle carestie, avevano lasciato in una profonda crisi tutto il vicereame.
Carlo di Borbone restituì alla capitale partenopea una sovranità autonoma dopo oltre due secoli di dominazioni straniere. Napoli, con l’incoronazione del 1735 di Carlo, tornò ad essere centro decisionale di uno Stato indipendente, che grazie proprio a tale rinnovata centralità politica rese possibile l’elaborazione di un disegno economico coerente e ambizioso, che fece guadagnare dignità e magnificenza alla capitale del Regno.
Il ‘700, secolo dei lumi e della rivoluzione industriale che proiettarono l’Europa e soprattutto l’Inghilterra in una nuova era, fatta di innovazioni tecnologiche, come: la macchina a vapore, macchine tessili, investimenti di capitali coloniali e la rivoluzione agricola trasformarono l’economia inglese da agricola ad industriale.
Tali importanti cambiamenti non furono totalmente recepiti poiché il tessuto produttivo del Regno era ancora incentrato su un’economia agraria, fortemente condizionata dal latifondo e dalla rendita fondiaria. Le attività manifatturiere si svolgevano entro la cerchia delle antiche corporazioni medievali, che regolavano rigidamente accesso alle arti, qualità dei prodotti e gerarchie interne. Tale struttura era fortemente inadeguata rispetto alle nuove dinamiche europee, apportate dalla rivoluzione industriale, dall’espansione dei commerci e dall’affermazione di politiche mercantilistiche.
Certamente nel Regno delle Due Sicilie la rivoluzione industriale non fu di massa, come in Inghilterra. Essa fu, piuttosto, una rivoluzione dirigista guidata dallo Stato e concentrata, prevalentemente, in alcuni poli di eccellenza.
Lo sviluppo nasce solo ed esclusivamente per iniziativa di Carlo e successivamente di suo figlio Ferdinando IV, non dalla borghesia, che creano manifatture reali in poli di eccellenza. Carlo, affiancato da ministri e giuristi di alto spessore, comprese la necessità di ridurre la dipendenza dalle importazioni e di promuovere una produzione interna capace di soddisfare il fabbisogno del Regno ed accrescere il prestigio dinastico .
Tra le prime iniziative simbolicamente e concretamente decisive vanno annoverati: i trattati commerciali con l’Impero Ottomano, con i quali Carlo cercò di imporre Napoli come snodo commerciale nel Mediterraneo. Successivamente, la Fondazione della Real Fabbrica della Porcellana di Capodimonte, voluta fortemente dal Carlo e sostenuta anche dall’influenza culturale della Regina Maria Amalia di Sassonia.
Tale impresa rappresentò un modello proto-industriale di grandissima modernità. Possiamo dire, senza tema di smentita, che in essa fu sperimentata l’organizzazione della moderna impresa industriale. Infatti, fu inserita la suddivisione del lavoro, il controllo della qualità, la formazione delle maestranze da specializzare e, cosa veramente impensabile, l’introduzione del marchio, distintivo per l’identificazione del prodotto. La porcellana napoletana, in breve tempo fu apprezzata, in tutte le corti europee, per il suo impasto morbido e la decorazione di gusto roccocò, fece affermare Napoli non solo come capitale artistica ma anche come centro manifatturiero competitivo. Oltre alla produzione delle porcellane, nel Regno insistevano anche altre manifatture, come quella orafa, dei liutai, sarti.
Parallelamente alle Porcellane di Capodimonte, si svilupparono i cantieri navali di Castellammare di Stabia e gli arsenali, grazie alla posizione strategica del porto, crocevia dei traffici mediterranei. Il primo vero insediamento industriale fu nel 1772 con la fondazione delle Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, in Calabria. Nate per rendere il Regno autonomo nella produzione di ferro ed armamenti.
Ferdinando IV oltre all’avvio delle Reali Ferriere ed Officine di Mongiana, nel 1778 dette sviluppo alle manifatture tessili, con il centro serico di S. Leucio, avviato da suo padre Carlo, che oltre ad essere un importante centro di produzione di sete, arazzi e tessuti pregiati, fu concepito come città ideale basata su principi di uguaglianza sociale ed economica. La colonia era organizzata come una grande famiglia allargata, con regole volte all'uguaglianza sociale ed economica. Promulgò uno statuto speciale che garantiva diritti avanzati, tra cui l'istruzione obbligatoria e gratuita per i bambini, l'assistenza sanitaria e la parità di salario tra uomini e donne. Il tutto codificato negli Statuti leuciani del 1789.
Il processo di industrializzazione del Regno delle Due Sicilie non fu privo di contraddizioni dovute: alle resistenze delle corporazioni, la difficoltà infrastrutturali, l’endemica scarsezza finanziaria, le tensioni politiche, come i moti del 1799 della Repubblica Napoletana, la mancanza presenza dell’iniziativa privata impedirono una piena trasformazione strutturale come quella che avvenne in Inghilterra.
Malgrado ciò, nel corso del ‘700 si affermò la consapevolezza: lo stato doveva farsi promotore attivo dello sviluppo economico delle attività produttive, attraverso la protezione delle manifatture nazionali con politiche doganali mirate.
Mentre nei secoli dei lumi la dottrina economica liberista dominate si basava sulle teorie di Adam Smith: “la mano invisibile Il laissez-faire che sostiene il minimo intervento statale, promuovendo il libero mercato, la concorrenza e l'iniziativa privata come motori principali del benessere sociale. Basato sul principio del "lasciar fare, lasciar passare", assume che la ricerca del profitto individuale ottimizzi automaticamente l'interesse collettivo, autoregolando il sistema.
Potremmo assumere che nel ‘700, nel Regno delle Due Sicilie, l’affermarsi delle nuove teorie economiche neoliberiste di Adam Smith non ebbero presa. Furono applicate, in maniera inconsapevole, teorie economiche che avrebbero visto la luce nel XX secolo, cioè: l’intervento dello Stato in economia con le teorie John Maynard Keynes.
Possiamo asserire che i Borbone furono gli antesignani inconsapevoli delle teorie economiche keynesiane? Che furono poi sviluppate fortemente da molti Stati nel XX secolo.
Giovanni Reina
Rif. STORIA DI NAPOLI
V. GLEIJESES
LA BOTTEGUCCIA - NA

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