I Teatri a Napoli: dalle cantine della città al fasto della scena europea

Teatro Fiorentini - Napoli

di Annunziata Cirillo, 

Nella storia culturale di Napoli il teatro non è mai stato soltanto un luogo deputato alla rappresentazione, ma piuttosto una forma vivente di coscienza collettiva, uno specchio mobile in cui il popolo, l’aristocrazia e l’intellettualità si sono riconosciuti, talvolta scontrati, sempre raccontati. 

Dalle architetture solenni ai più umili teatrini sotterranei, la città ha elaborato una propria drammaturgia dell’esistenza, nella quale il riso e il tragico convivono con naturalezza antica. 

Tra i più emblematici luoghi di tale tradizione si annovera il Teatro dei Fiorentini, il più antico edificio teatrale napoletano destinato agli spettacoli, inaugurato nel 1618 nel quartiere di San Giuseppe, nel cuore del rione Carità. 

Sorto inizialmente come teatro di prosa, esso attraversò una significativa metamorfosi all’inizio del Settecento, quando un consesso di aristocratici ne promosse la ristrutturazione nel 1706, trasformandolo in un vivace centro operistico. 

In questo spazio si consolidò una delle più raffinate tradizioni musicali europee: il teatro divenne fucina dell’opera buffa e degli intermezzi, generi nei quali Napoli seppe esprimere una leggerezza colta e penetrante. 

Qui videro la luce opere come Il trionfo dell’onore di Alessandro Scarlatti (1718), Lo cecato fauzo di Leonardo Vinci (1729) e L’osteria di Marechiaro di Giovanni Paisiello (1769), testimonianze di una vitalità creativa che seppe coniugare lingua napoletana e rigore musicale. 

Nemmeno il devastante incendio del 1711 arrestò questa parabola ascendente: la pronta ricostruzione sancì anzi una rinnovata fioritura, attirando figure di primo piano quali Domenico Cimarosa, Niccolò Piccinni e Gioachino Rossini. 

Dopo il restauro in stile neoclassico tra il 1773 e il 1779, il teatro giunse persino a sostituire temporaneamente il Teatro di San Carlo agli inizi dell’Ottocento, in seguito a un incendio che colpì quest’ultimo.

Col tempo, il Fiorentini tornò alla prosa, accogliendo interpreti di straordinaria levatura come Eduardo Scarpetta, che vi portò in scena capolavori destinati a entrare nell’immaginario collettivo, tra cui Miseria e nobiltà e ’Na Santarella. 

Eppure, come spesso accade nella storia partenopea, la gloria non bastò a salvarlo: colpito dai bombardamenti del 1941, fu infine demolito, lasciando dietro di sé una memoria luminosa e struggente.

Teatro Fiorentini - 1941 circa dopo bombardamenti
 

Ma accanto a questi templi ufficiali dell’arte, Napoli seppe coltivare una teatralità più intima e popolare, quasi clandestina, che si esprimeva nei cosiddetti “teatrini sotto le chiese”. 

È il caso del singolare spazio situato sotto la chiesa di San Giacomo degli Spagnoli, al Largo del Palazzo, noto come “’O Fuosso” o “La Cantina”. 

Questo piccolo teatro, incastonato sotto il livello stradale, accoglieva non più di ottanta spettatori, offrendo spettacoli a un costo accessibile un carlino e incarnando una dimensione quasi domestica della rappresentazione. 

Gestito dall’intraprendente Michele Tomeo, esso divenne teatro di una vivace rivalità con il vicino Teatro San Carlino, in una contesa che travalicava il piano artistico per assumere tratti apertamente polemici e popolari. 

Gli attori della Cantina, con spirito arguto e provocatorio, si rivolgevano direttamente al pubblico, dissuadendolo dal frequentare il teatro rivale, accusato di artificiosità e decadenza. 

Questa “guerra teatrale” si concluse nel 1750 con la demolizione del San Carlino per ragioni di pubblica moralità, episodio che rivela quanto il teatro fosse percepito come forza sociale capace di influenzare costumi e coscienze. 

Sulle tavole della Cantina dominavano le maschere immortali della Commedia dell’arte, Coviello, Tartaglia, Anselmo e soprattutto Pulcinella, incarnazione stessa dello spirito napoletano, interpretato magistralmente da Vincenzo Cammarano. 

Alla morte di Tomeo, nel 1762, il figlio tentò di proseguire l’impresa, ottenendo la costruzione di un nuovo teatrino poco distante, significativamente ribattezzato San Carlino: una fusione simbolica delle due tradizioni rivali, quasi a suggellare una riconciliazione artistica. 

In questo contesto si distinse Francesco Cerlone, autore fecondo e ingegnoso, la cui fama, tuttavia, non eguagliò il valore della sua produzione.

Così, tra palcoscenici sontuosi e umili cantine, Napoli ha costruito nei secoli un teatro totale, in cui ogni strato sociale ha trovato voce e rappresentazione.

È in questa stratificazione, colta e popolare, aristocratica e plebea che risiede il segreto della sua inesauribile vitalità: un teatro che non si limita a essere visto, ma che continua, ancora oggi, a vivere.


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